Pokémon Go: «presta sempre attenzione all’ambiente che ti circonda»

Presta sempre attenzione all’ambiente che ti circonda — è questa la raccomandazione a tutto schermo quando si avvia l’app di Pokémon Go: ricordati che esistono i semafori, le strisce pedonali, il traffico, le altre persone, e più in generale una più discreta realtà meno ludica e meno aumentata.
«Più usata di Whatsapp, genera dipendenza, pericolose distrazioni, fa scoprire cadaveri e rende vulnerabili alle rapine. Non è una droga, non è un device di ultima generazione, ma un gioco, un videogioco per iOS e Android, dedicato ai Pokémon, gli antesignani di Peppa Pig e i successori di Holly e Benji» scrive Bianca Terracciano.
Ed è una formidabile approssimazione di quella magnifica ossessione del marketing che si chiama implacement: neanche più marketing di prossimità, ma precisa localizzazione identitariaimmedesimazione in un altro mondo che è anche questo mondo.
Un altro mondo è possibile: è stata — quindici anni fa — l’ultima utopia, ed anche l’ultimo esperimento di fiducia nella possibilità di stare insieme in un movimento forte perché internazionale, globale e critico, che da Seattle a Genova avvertiva i rischi di una globalizzazione fatta male, non uguale per tutti, ingiusta. L’ultimo esperimento di solidarietà e di appartenenza collettiva prima che il mondo cominciasse a disintegrarsi.
Sì, un altro mondo è possibile.

http://www.doppiozero.com/materiali/pokemon-go

Il vento di Adriano

Il vento di Adriano
Alberto Magnaghi, Aldo Bonomi, Marco Revelli
La comunità concreta di Olivetti tra non più e non ancora
ISBN 978-88-6548-137-0 – Anno 2015 – Collana Fuori Fuoco – Edizione DeriveApprodi

«Olivetti Adriano di Camillo. Classifica: Sovversivo»: questo è il titolo del dossier che la Pubblica Sicurezza di Aosta apre su Adriano Olivetti nel giugno 1931. Mi torna in mente — leggendo questo libro — tale inattuale ma attualissima definizione di lui ad opera di un anonimo funzionario di polizia.

Ecco le note di copertina:
«Un sociologo, un urbanista e uno storico rileggono quella straordinaria figura di imprenditore illuminato che è stato Adriano Olivetti e la politica che ha praticato. Per Olivetti politico si intende innanzitutto il rapporto che ha saputo costruire con il territorio, il suo modo di fare impresa con un fordismo dolce, il contrario di quello hard allora imperante e impersonificato in primo luogo da Valletta alla Fiat. Cosa significa oggi, attualizzando il pensiero e l’agire di Adriano Olivetti, proporre il paradigma del ritorno al territorio, il tema della comunità concreta a fronte della scomposizione del lavoro, e più in generale dei radicali mutamenti del paradigma produttivo?
Rivisitando il pensiero di Adriano Olivetti, comunità concreta per Aldo Bonomi significa oggi frapporsi tra flussi e luoghi, fare comunità ai tempi della simultaneità. Per Alberto Magnaghi significa ripartire dalla terra che si fa territorio con la radicalità della rete dei territorialisti che disegnano e progettano bioregioni. Per Marco Revelli significa ripensare i percorsi della fabbrica olivettiana, disegnando comunità del margine che ripartono dal mondo dei vinti e dei nuovi vinti.
Gli autori disegnano percorsi ai margini di quel centro del potere della politica che tanti vorrebbero cambiare. Il lettore di questi testi vi troverà tracce di un percorso che indica speranza e futuro partendo dalle tante vitalità del margine che tracciano le nuove comunità in gestazione, e quindi la società che viene.».

http://www.deriveapprodi.org/2015/09/il-vento-di-adriano/

Big Data Ingestion

 

Where is the wisdom we have lost in knowledge? Where is the knowledge we have lost in information? — Dov’è la sapienza che abbiamo perduto in conoscenza? Dov’è la conoscenza che abbiamo perduto in informazione? — Thomas Stearns Eliot

Nella seconda delle considerazioni inattualiSull’utilità e il danno della storia per la vita – Friedrich Nietzsche metteva in guardia l’epoca sua, che per più di un verso è ancora la nostra, dalla paralisi del troppo sapere, da una sterminata erudizione non più organizzabile in alcuna prospettiva, e da una cultura alessandrina senza centro, senza forma e senza forza. Senza oblio non vi è azione, sentenziava il filologo, bisogna decidere, ricondurre la conoscenza ad un orizzonte praticabile del pensare e dell’agire il nuovo. I suoi colleghi filologi gli apparivano i campioni di un sapere accumulativo e disincarnato.

Queste considerazioni sono tutt’altro che inattuali nel mondo della politica. Anch’esso richiede che i fatti e i pensieri siano ricondotti ad una prospettiva, ad un orizzonte abbracciabile. Anch’esso chiede di schierarsi e decidere, e non ha pietà per gli ignavi. La battaglia delle idee è clamorosamente attuale. Nella tradizione della sinistra faceva bella mostra di sè la celebre frase di Marx di cui l’ideologia militante si è andata fregiando Finora i filosofi hanno interpretato il mondo, ora si tratta di cambiarlo. Non si legge qui alcun contenuto unicamente predittivo: in quel cambiare si apre un intero universo pratico e teorico. Il cambiare toccava forme di vita, comportamenti, procedimenti materiali, rappresentazioni, autorappresentazioni, ed una infinità di elementi che ai tempi di Marx non avevano neppure un nome. Quella formula, anche oltre le intenzioni di Marx, non si prestava ad alcuna riduzione. In questo concetto di cambiare il mondo l’epoca ellenistica, erudita e cosmopolita, sincretica ed accumulativa, disimpegnata al limite del servile, tanto disprezzata da Nietzsche, aveva forse più cittadinanza dell’eroica epoca tragica dei greci.

 

Epistemologia della complessità

Che cosa lega i consumi di mozzarella con i laureati in ingegneria civile? O i divorzi con il consumo pro-capite di margarina? O gli investimenti in ricerca scientifica con il tasso di suicidi? O i film in cui recita Nicolas Cage con gli incidenti in piscina?

Fermi tutti! L’enorme e granulare disponibilità di dati può indurci ad ansie prestazionali di correlazione statistica, e portarci a dimenticare quell’aureo principio che “correlation does not equal causation“.

Non potete astenervi dal curiosare in queste divertentissime, improbabili, cospirative correlazioni, qui:

http://www.tylervigen.com/spurious-correlations.

Nonostante il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America

È il secondo emendamento della Costituzione degli USA quello che rende difficoltosa qualunque politica volta a porre limiti al libero mercato delle armi, quello che garantisce dal 1791 il diritto — inviolabile e fondamentale al pari di quello al voto ed alla libertà di espressione del proprio pensiero — di possedere e portare armi.

Tuttavia qualcosa è accaduto nel contesto dell’Unicode Consortium, che gestisce lo standard per la rappresentazione dei caratteri alfabetici nei sistemi informatici, e — con questi — delle emoji, le iconcine delle facce e degli oggetti disponibili per i nostri messaggini mobili.
Il prossimo 21 giugno sarà rilasciato Unicode 9.0, che include 72 nuove emoji: cibi (l’avocado, l’anguria, il bacon, lo shawarma, il falafel, … e poi un calice di champagne ed un bicchiere di whisky), persone (la donna incinta, il clown, l’uomo che balla, il principe…), animali (la farfalla, lo squalo, la lucertola, il pipistrello, il gorilla, …), gesti (dita incrociate, pugni, strette di mano, …).
Avrebbe dovuto esserci anche l’icona di u19n fucile, ma dopo la terribile strage di Orlando alcuni autorevoli membri del consorzio, quali Apple prima di tutti, e poi Microsoft e Google, ne hanno chiesto — ed ottenuto — la rimozione, annunciando che comunque non avrebbero implementato tale iconcina armata nei loro sistemi.

E così il fucile non sarà a portata di dita nei nostri messaggini — nonostante il secondo emendamento della Costituzione degli Stati Uniti d’America.

Link:

http://unicode.org/

http://www.unicode.org/emoji/charts/emoji-released.html

http://blog.emojipedia.org/new-unicode-9-emojis/

http://www.techtimes.com/articles/165709/20160618/here-s-reason-why-will-rifle-emoji.htm

Rappresentanze sindacali

In una scena pubblica che mostra una povertà culturale e politica tanto desolante, un personale politico tanto pallido e banale, e non ha parole — e meno che mai azioni — che raccolgano le domande di libertà, di reddito, di accesso alla ricchezza sociale, di autodeterminazione avanzate dai soggetti sociali investiti dalla crisi, vi chiediamo di votare per questa lista di candidati: una lista meticcia, plurale, aperta, ricca, inclusiva. Coraggiosa, per buona parte dei colleghi che si candidano per la prima volta. Tenace, per altri che si ricandidano con passione per un nuovo mandato. Attraversata ed animata — infine — da quelle tensioni culturali e politiche che vogliono otte­nere ed orga­niz­zare in maniera ega­li­ta­ria un wel­fare del comune, che rigettano il Jobs Act, che aprono lotte per il red­dito di cittadinanza, per gli ammor­tiz­za­tori sociali, per la comu­na­liz­za­zione dei ser­vizi, per le garan­zie sociali per il lavoro.

Il modello della prossima rivoluzione industriale sarà quello dei maker e dell’internet abitata dalle cose, della manifattura distribuita sostenuta dalle dinamiche collaborative dell’open innovation, dello scambio e condivisione di saperi, know-how e strumenti. Ma cosa accade quando tecnologie, linguaggi, modalità di creazione e di trasmissione cambiano così rapidamente e in profondità? Emergeranno forme di produzione e comunicazione della conoscenza e delle emozioni del tutto nuove, tuttavia saranno conflitti durissimi a orientare l’evoluzione delle tecnologie digitali verso un primato delle pratiche di liberazione piuttosto che quelle di assoggettamento e di guerra. Per quella parte di mondo che puoi cambiare, per quel pezzo anche piccolo di destino che puoi spostare, il lavoro è condizione necessaria per autodeterminare la propria vita e per liberarla. C’è un mondo di di emozioni, di capacità e di continua riproduzione di valori e significati che batte alle porte e che vuole dirsi in tutte le forme del vivere lavorativo. È un’energia che rompe le gabbie della precarietà, che non è più contenuta dalle maglie dei ricatti e della sopravvivenza, che vuole attraversare il lavoro, e lo vuole riempire di passioni e di ciò che sa fare.

A questa energia dovremo dare voce e rappresentanza in termini di relazioni industriali nel prossimo triennio: crescita professionale e formazione, riconoscimento delle capacità e del valore, organizzazione del lavoro, contrattazione integrativa,  modelli retributivi.

Perché è questa energia quella che produce, quella che ha il più alto potenziale creativo, il vero motore del capitalismo cognitivo: il Jobs Act — anziché porre davvero la questione del mutamento del modello di produzione, della necessità di valorizzare le funzioni cognitive e di investire sui nuovi lavori — degrada ancor più il lavoro che c’è.

Dovremo avere un pensiero il più lungo e il più largo possibile. Lungo e visionario nel tempo, e largo nello spazio, nell’apertura alle differenze e alle alterità, nelle capacità di inclusione e di valorizzazione nella comunità aziendale. Perché il futuro è aperto, ed è questa la temporalità — olivettiana — in cui viaggeremo.

Infrangendo l’obbligo dell’esilio

Italo Calvino è alla finestra, Cesare Pavese è perplesso, Roberto Roversi attraversa la strada, Thomas Stearns Eliot canticchia La Divina Commedia. Ed io sto qui a scrivere lettere d’amore, chiedendo in prestito le loro parole.

Il mio oceano.

Questi momenti — sottili, pochi, indefiniti — io — esiliato dalla terraferma — li chiamo il mio oceano. Tu — dalla sua finestra sul mare — come li chiami?

Dormi? Sorridi?

Dormi? Sei alla finestra? Cosa pensi? Torno a casa, chiudo la porta, lascio la valigia disfatta, guardo le luci della strada, al buio. Tu sei la luna che sorride negli angoli d’ombra. Cammini a grandi passi? Ti nascondi sotto le lenzuola? Accarezzi le alghe tra i tuoi capelli? Conti i battiti del tuo cuore? Sorridi? Se sorridi, mi perdo in un filo di terra tra oceano e oceano, e dimentico per un lungo istante quel che mi appartiene. Sorrido anch’io. Ma posso parlarti così, in piena notte? Me lo chiedo mentre apro il frigo, mangio qualcosa, leggo il giornale, controllo l’orologio. Ti dirò: io ho già conosciuto tutti i fondali, le alghe, gli scogli — vivo nel fondo di mari silenziosi — attraverso i miei giorni e le mie abitudini — come potrò allora mai amarti? Addormentata? Stanca? Seduta sul pavimento, di fronte a me, mi interroghi con occhi che non parlano. È il profumo che viene dal tuo vestito che mi fa divagare a questo modo? Sono le vene delle tue mani?

Ho aspettato che la tua mano si riempisse di vene azzurre.

La notte dorme così tranquilla, sdraiata sul pavimento, qui tra me e te. Il vento, fuori. Se piove, la pioggia. Custodisco il tuo corpo in uno spazio d’ombra. Dai forma ai miei pensieri. Disegni con le dita i massi enormi che fermano i tuoi voli. Li ho visti nei tuoi occhi, scuri. Attraverso un lungomare deserto. Mi legano i tuoi capelli — come saranno i suoi capelli? I tuoi occhi mi portano in oceani di alghe — di che colore saranno i suoi occhi? La tua voce risuona e trova un eco in me — quanto dolci saranno le sue labbra? Ho aspettato la tua mano, ho aspettato che si riempisse di vene azzurre.

I miei arrivi hanno un obbligo di partenza, il mio esilio mi impone di restare lontano dalla terraferma, i miei approdi sono le mie derive. Ci siamo troppo attardati, ed io so che domani sarà più difficile ripartire. Ma stanotte tutto può essere toccato e abbandonato. Sono vicino a te, l’unico gesto possibile è venirti più vicino.

Di quale esigenza è fatta questa notte?

Chiudi gli occhi. Così posso attraversare i miei oceani notturni, infrangendo l’obbligo dell’esilio. Riversare sulla tua nuca la passione ardente di sabbia. Trattenere il tuo vestito. Accarezzare la tua fronte corrugata di sale. Non temere i fili spezzati del silenzio. Penso a te, e intesso strade, le lego a sentieri, annodo viottoli a ruscelli, montagne a montagne, alberi al cielo. Di quale verità, di quale esigenza è fatta questa notte?

Riapri gli occhi. Abbozzi un sorriso, e volti la testa. Di quale verità, di quale esigenza è fatta questa notte? Le parole sono un velo, un tessuto sottile, fragile, trasparente. Penso a te. Per te il mio mare si muove come una stella che vuole morire nel deserto. Io mi avvicino, accarezzo il tuo sguardo così dolce. Dalle tue mani — di sabbia finissima — nascono le stelle del mattino.

Non c’è onda che non ti contenga.

Passano i giorni, ritrovo intatte le mie emozioni. Sono innamorato di te? Sono venuto a cercarti all’angolo notturno di un sogno. I tuoi occhi sono pieni di una malinconia infinita. L’emozione è vera? E tu? mi chiedi. Mi siedo tra le tue gambe, ti accarezzo i capelli. Non confondo quello che amo. Con l’alba, attendo il tuo volto. Sto seduto su una pietra. Odore di alghe, di Mediterraneo estremo. Ti apro la porta, mi inondi fino all’alba. La mia tristezza comincia a muoversi, non smetto di spostare le colline e le porte.

Per aver paura di questo amore dovresti andare da oceano a oceano, restare attaccata alla schiena della terra che cade nell’infinito. Hai grandi occhi, pieni di sole. Hai grandi capelli, pieni di sole, hai parole piene di sole quando viene la sera. O è il dolore vero a prevalere? Ti tengo la mano, mi porti altrove. Le cose accadono in una sola giornata. Cerco una voce, un segno. Procedi, e l’alba indugia. Ti tengo la mano. La tua mano trema.

Sono arrivato in treno. La stazione è rovente, accaldata, la piazza è deserta. Non c’è onda che non ti contenga. Calpesti i ciottoli del torrente. Guardi i cerchi nell’acqua, e li lasci svanire. Tu respiri, tocchi i tuoi capelli. Ride nei tuoi occhi la stranezza di un cielo che non è tuo. Portami a scoprire la verità, mi dici.

Accarezzo il tuo vestito. Non tremi più.

Tu sei l’abitabilità del mio tempo.

Ti cerco. Mescolo ombre, gesti, occhi, nel tentativo di comporre un volto che possa essere il tuo. Scompiglio capelli, indugio nelle voci. No, questa alchimia organica non ha alcuna possibilità di portarti qui. Ma ti trovo. Ti prendo la mano, è leggermente sudata, provo molta tenerezza. Tornano i tuoi occhi spalancati. Occhi che guardano come se ti affacciassi in un pozzo. Occhi sereni, pieni di luce. Parli, dici più di quanto sai, anche se sai molte cose. Sorridi.

Esco da me, cercandoti. Ritorno in me, trattenendo la tua immagine. Ti respiro. Percepisco — attraverso di te — il respiro del mondo. È questo il confine mobile e leggero della terra e del mare, delle onde che si infrangono e si ritraggono abbracciando gli scogli. È qui che si radica il mio esilio, il mio oceano. È, in alcuni momenti, l’assoluta opacità, l’inazione, è l’impossibilità di ogni linguaggio e di ogni approdo. Conosco alcune strategie del silenzio, e della parola, ma non sempre le so applicare: occorre dire — anzi essere — la verità.

Tu sei l’abitabilità del mio tempo. È come se tu custodissi una remota regione dei miei ricordi e delle mie emozioni: cerco di definirti, di ritrovarti. Quando ci siamo incontrati? In quale disperazione ci siamo amati? Il tempo non è infinito. L’unico modo di viverlo è assecondarlo con attenzione e con intelligenza. Occorre un indugio ricettivo, un’attesa attenta, un respiro di libertà. Attraverso questa passione, questa attenzione, questo respiro. Ti penso alla tua finestra sul mare, non voglio che tu sia triste.

Forse un velo, non un rifugio.

In questo silenzio, in questa immobilità, in questa impossibilità che avvolge, c’è un orizzonte, una linea estrema, un deserto che tu attraversi. Mi parli di giorni che ti hanno lasciata un po’ ferita, un po’ inadeguata. Ma stanotte esprimi un’allegria che è come una forma di distanza da qualcosa, un altrove di oceano, che mi incanta, che mi avvicina, che mi porta a cercare i tuoi occhi così luminosi, così dolci.

Le parole — forse un velo, ma non un rifugio. Le mie parole nascono da una ferita aperta, non rimarginata. Ti fai assorta e silenziosa, senti i sommovimenti della terra, i cimiteri che si spostano, l’oceano che respira, le onde che si infrangono. Più ti leggo, più ti incontro, più sei vicina. L’amore è questo? Non si può più scrivere, bisogna ascoltare. Devo incontrarti oltre il velo delle parole, allora. Aderire all’approdo che mi chiedi. In un punto della notte profondo come un vicolo dei quartieri vecchi. Cosa potrà dire quello che vedo in te? Ti lascerai portare fino all’estremità del mio oceano, fino al termine del silenzio, fino al bianco intenso che diventa luce al contatto con la sabbia, che brucia a toccarlo? Raccolgo i tuoi capelli, accarezzo i tuoi occhi, mi confondono le tue mani.

Anche le cicale se ne accorgono, e ti attendono.

Il passato preme, si impiglia, chiude. A quest’ora tornano le mie ombre — puntuali — chiedendomi implacabili verifiche, trattenendo il giorno, confondendo memoria e desiderio. Non riconosco, per un attimo, il mio Mediterraneo — senza vulcani, senza pescatori, senza cicale azzurre. A quest’ora affondano le mie navi. Cosa aspetto che transiti? Cosa aspetto che affondi? Cosa cerco scandagliando i fondali fino al confine della notte?

Nelle ombre, questa sera, ti definisco. Sei capelli, sguardi, rughe tra gli occhi. Sei la sabbia che aspetta. Raccogli conchiglie, e ne fai vita, respiro che accarezza, silenzio. Sola, distratta, selvaggia, vivi come vive una pietra che ha conservato il calore del sole. Ti vestono sogni, movimenti, sussulti, maree, che tu non conosci, che io cerco quando ti addormenti. A volte temo che non vi siano parole che possano possederti o fermarti.

Di sabbia e di sale è il tuo sguardo, tutto chiudi negli occhi. Di sabbia e di sale sono le tue vene, ed il tuo respiro. Tutto chiudi negli occhi. Tremi nell’estate deserta. Anche le cicale se ne accorgono, e ti attendono.

Confini — Borders

A più di 60 anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo (Assemblea Generale delle Nazioni Unite – 10 dicembre 1948 – Articolo 13: «Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento […] Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese») alle persone è precluso il diritto di migrare e di attraversare confini territoriali ed identitari — diritto invece riservato dai poteri del liberismo globale a tutto il resto, merci, capitali, organismi viventi (in special modo se OGM, destinati a colonizzare con monoculture industriali piccole agricolture territoriali e comunitarie), e democrazie in formato esportazione verso l’Afghanistan o l’Iraq o la Libia.

Tarifa (Spagna), a dieci miglia da Tangeri, e Lampedusa (Italia) , a cento miglia dalle coste libiche, sono i pilastri europei del muro di preclusione di un Mediterraneo gonfio di cadaveri.

Chi passa di qua è clandestino, corpo abusivo da estromettere: i CIE (Centri di identificazione ed espulsione) sono allestiti, la guerra di civiltà contro chi attenta alle radici culturali è armata, le Guantanamo sono roventi…

Il linguaggio può aprire crepe? Rimuovere con impazienza mattoni? Contaminare in termini virali e clandestini l’egemonia ideologica del confine?

 

La nave dolce — The human cargo

Difetti della memoria e perdita dell’innocenza.

«L’accoglienza, noi baresi, ce l’abbiamo nel sangue. L’abbiamo dimostrato 23 anni fa, quando i 20.000 albanesi della Vlora trovarono una città che non si lasciò intimorire dai titoloni dei giornali che parlavano di “invasione”. Una città che a quei disperati aprì le proprie case, le proprie credenze e il proprio cuore. Nessuno allora li chiamava extracomunitari. Erano semplicemente uomini e donne affamati di libertà che fuggivano in cerca di una vita migliore.» – Antonio Decaro, Sindaco di Bari, Discorso di inaugurazione della Fiera del Levante.

L’8 agosto 1991 Bari assiste a uno spettacolo impressionante: l’avvicinarsi di un fatiscente mercantile rivestito di corpi umani, aggrovigliati gli uni agli altri. E’ l’approdo della nave Vlora, con a bordo ventimila albanesi.
Poi lo sbarco, la caccia, la cattura, nel porto e nelle strade adiacenti. La prigionia nello Stadio della Vittoria – contro il parere del sindaco Enrico Dalfino intenzionato invece ad allestire una tendopoli — senza acqua, senza servizi igienici, senza luoghi di ricovero: clandestini, extracomunitari di cui ci si vuole in fretta liberare, costi quel che costi. Ed infine il rimpatrio di quasi tutti gli esuli — tranne circa mille che riescono a scappare — con l’inganno: i migranti salgono sugli aerei convinti di essere portati a Roma.
Per il nostro Paese rappresentò la perdita definitiva dell’innocenza, rispetto ad una emergenza immigrazione da allora mai conclusa. Quell’8 agosto 1991 ha certificato un passaggio storico per l’Italia, terra di emigranti: eravamo diventati un paese d’arrivo, non più di partenza, il paese della Turco-Napolitano e della Bossi-Fini.