A che servono gli occhi se non a guardare le conchiglie?

Di Italo Calvino mi piace rileggere, quando capita, un racconto — La spirale — che è bellissimo.

E’ una cosmogonia delle conchiglie e degli occhi.

I primi molluschi cominciano a produrre conchiglie, a spremere una forma di sé, per un bisogno di identità relazionale, in un contesto primordiale di labilità indifferenziata.

Con le conchiglie, lo spazio indistinto  esce dal buio e diventa un campo visivo, che richiede di essere sperimentato in termini estetici attraverso occhi: e così da quelle vite mucillaginose primordiali emergono dispositivi nervosi fotosensibili, iridi, retine, pupille…

Le conchiglie — quindi — piegano il corso evolutivo della vita facendo nascere gli occhi, così che questi possano essere colpiti dalla loro radiante bellezza.

L’arte di raccontare storie è quella di secernere conchiglie, irradianti un universo di valori, significati, simboli. Di creare universi narrativi che emozionino e coinvolgano.

«Così la vista, la nostra vista, che noi oscuramente aspettavamo, fu la vista che gli altri ebbero di noi. In un modo o nell’altro, la grande rivoluzione era avvenuta: tutt’a un tratto intorno a noi s’aprirono occhi e cornee e iridi e pupille: occhi tumidi e slavati di polpi e seppie, occhi attoniti e gelatinosi di orate e triglie, occhi sporgenti e peduncolati di gamberi e aragoste, occhi gonfi e sfaccettati di mosche e di formiche».