A che servono gli occhi se non a guardare le conchiglie?

Di Italo Calvino mi piace rileggere, quando capita, un racconto — La spirale — che è bellissimo.

E’ una cosmogonia delle conchiglie e degli occhi.

I primi molluschi cominciano a produrre conchiglie, a spremere una forma di sé, per un bisogno di identità relazionale, in un contesto primordiale di labilità indifferenziata.

Con le conchiglie, lo spazio indistinto  esce dal buio e diventa un campo visivo, che richiede di essere sperimentato in termini estetici attraverso occhi: e così da quelle vite mucillaginose primordiali emergono dispositivi nervosi fotosensibili, iridi, retine, pupille…

Le conchiglie — quindi — piegano il corso evolutivo della vita facendo nascere gli occhi, così che questi possano essere colpiti dalla loro radiante bellezza.

L’arte di raccontare storie è quella di secernere conchiglie, irradianti un universo di valori, significati, simboli. Di creare universi narrativi che emozionino e coinvolgano.

«Così la vista, la nostra vista, che noi oscuramente aspettavamo, fu la vista che gli altri ebbero di noi. In un modo o nell’altro, la grande rivoluzione era avvenuta: tutt’a un tratto intorno a noi s’aprirono occhi e cornee e iridi e pupille: occhi tumidi e slavati di polpi e seppie, occhi attoniti e gelatinosi di orate e triglie, occhi sporgenti e peduncolati di gamberi e aragoste, occhi gonfi e sfaccettati di mosche e di formiche».

Niang Maguette ed il decoro urbano

Ieri a Roma un uomo è morto. Si chiamava Niang Maguette e aveva 54 anni. Era originario del Senegal. In Italia da trent’anni, lavorava come venditore ambulante. E’ morto sul marciapiede di via Beatrice Cenci, all’ingresso del Ghetto ebraico. Dove è morto, ora c’è una macchia di sangue.

Ha perso la vita per cause ancora da chiarire, durante un’operazione della polizia municipale contro il commercio abusivo, condotta nella zona intorno all’antico Ponte Fabricio.

La polizia municipale smentisce “alcun coinvolgimento diretto tra l’operazione antiabusivismo e il decesso del cittadino senegalese”, e intanto plaude al proprio blitz, con un post su Facebook che parla di “sei sequestri amministrativi”, conseguenza della “vendita di borse e portafogli effettuata su lenzuola distese in terra che, oltre a rappresentare un illecito per assenza di titoli autorizzativi, risultava dannosa anche dal punto di vista del decoro urbano”. Nel post, decoro urbano diventa persino un hashtag, che precede la foto della merce sequestrata.

Niang Maguette lascia tre figli.

Abbiamo bisogno di storie migliori sul futuro dell’intelligenza artificiale

HAL 9000 sbatte fuori dai propri sistemi Dave in 2001: Odissea nello spazio. In Terminator il sistema di difesa basato sull’intelligenza artificiale SkyNet diventa cosciente e avvia un olocausto nucleare. In Ex Machina, la robot Ava diviene un io cosciente e supera un nuovo test di Turing per convincere gli umani a empatizzare con lei e aiutarla a scappare.

E se invece avessimo storie alternative sull’intelligenza artificiale — non post-apocalittiche, non distopiche — per esplorare alcuni dei problemi più pressanti e reali con cui dovremmo avere a che fare?

La danza della pioggia

Pioggia e maltempo di un giorno in un luogo possono avere impatti molto più generali. L’Election Day del 2000 — che segnò l’inizio dell’era presidenziale di George W. Bush — in Florida fu un giorno particolarmente piovoso: un paper che ha incrociato i dati di affluenza alle urne e i dati meteorologici americani è giunto alla conclusione che una giornata di sole avrebbe portato più elettori democratici alle urne, e spianato la strada verso la Casa Bianca ad Al Gore, invece che a Bush, e forse la nostra storia più recente sarebbe stata molto diversa.

Rimane attualissimo il titolo della celebre conferenza di Edward Lorenz del 1972: «Può il batter d’ali di una farfalla in Brasile provocare un tornado in Texas?».

In Fino alla fine del mondo — di Wim Wenders — una voce fuori campo dice all’inizio del film: «Claire cambiò direzione, cambiando per sempre la sua vita, cambiando le vite di tutti noi».

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Aeroplanini di carta in giro per il mondo

Una app meravigliosamente inutile, che permette di realizzare aeroplanini di carta e mandarli a sconosciuti in giro per il mondo. Paper Planes — prodotto da Google e Active Theory — è un gioco non competitivo, che non ha alcun obiettivo particolare se non quello di piegare un foglio di carta ad aeroplanino, metterci un timbro con la data e il luogo dove ci troviamo — è geolocalizzato — e lanciare il velivolo: qualcun altro lo riceverà, potrà apporre il suo timbro e rilanciarlo.

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Google Noto: tutti gli alfabeti possibili

Il 6 ottobre scorso Google ha presentato un nuovo font: si chiama Noto, è open-source, e copre 800 lingue — dal fenicio al tibetano — e tutti gli alfabeti — più di 100.

I font attuali non possono essere adoperati per qualsiasi lingua ed alfabeto, e, quando non riescono a rappresentare un carattere, al suo posto disegnano un antipatico rettangolo vuoto, simile ad un pezzo di formaggio di soia — tofu. Noto sta per «No More Tofu», cioè «Non più Tofu».

Tra le lingue in cui si può scrivere usando Noto ci sono il fenicio, il sumero cuneiforme, il lineare B — un sistema di scrittura usato nell’antica Grecia tra il quattordicesimo e il tredicesimo secolo avanti Cristo — e l’ogham — una antica scrittura irlandese.

Link:

FairCoin: la criptomoneta equa e solidale

L’imprenditoria della produzione e del commercio equo e solidale lavora — comunque — nei medesimi circuiti finanziari e monetari della finanza speculativa e del turbocapitalismo.

Come si risolve questa difficile convivenza? C’è un altro mondo — finanziario e monetario — possibile?

Ecco allora FairCoin — la criptomoneta equa e solidale — con le aziende che la adottano ed il primo fair marketplace di prodotti e servizi.

Link:

  • FairCoin — La criptomoneta equa e solidale
  • FairEnterprise — Le imprese che lavorano in FairCoin
  • FairMarket — L’on-line marketplace di prodotti e servizi

Blockchain for Dummies

Introduzione minima a blockchain, criptovalute, smart contract, blockcom enterprise

Le domande:

  • Che cos’è una blockchain?
  • Che cos’è una criptovaluta?
  • Che cos’è uno smart contract?
  • Che cos’è una blockcom enterprise?
  • Cosa accade nell’economia, nella politica, nella società?
  • Come cambia la privacy?

 

Che cos’è una blockchain?

La blockchain è un registro, un tabellone digitale di record — i block — che:

  • Hanno un proprietario: non un proprietario identificato in una persona fisica o giuridica (con nome, cognome, carta di identità, codice fiscale, …), ma invece un proprietario al portatore (sono di chi ne possiede la chiave crittografica).
  • Hanno una marca temporale, ovvero una data certa di emissione.
  • Sono irremovibili ed immodificabili, ovvero incontraffabili.

I block condividono — in altri termini — il medesimo statuto semiotico di un altro medium di valore: le banconote.

Ma non solo: gli atti notarili, i contratti di compravendita, gli attestati di proprietà, i certificati di nascita, i titoli di studio, gli atti costitutivi delle società, le fatture di acquisto, … — tutto quello che oggi è certificato e mediato da notai, banche, anagrafi, pubblici registri, autorità centrali, … — può essere disintermediato attraverso una tecnologia di public ledger distribuito, la blockchain appunto.

Anche romanzi, poesie, canzoni, spartiti musicali, brevetti industriali, … — che oggi richiedono un mediatore che ne attesti la intellectual property e che ne negozi i diritti di fruizione — possono liberarsene se diffusi e negoziati come record di un public ledger, un libro-mastro distribuito e condiviso.

Ed infine, tutte le informazioni pulviscolari emesse e diffuse dai dispositivi dell’internet delle cose (sensori, rilevatori, processori, …) potrebbero avvalersi di un pubblico registro distribuito che ne attesti emittente, data, irrevocabilità ed incontraffabilità. La prossima Internet of Everything richiede un Ledger of Everything: pensa alle certificazioni di qualità di processo monitorato, o di tracciabilità di filiera (ad esempio delle materie prime di un prodotto alimentare).

In sintesi, se una pagina nel web del nostro ultimo quarto di secolo rappresenta l’informazione, un record nella blockchain del nostro prossimo quarto di secolo rappresenterà il valore: dal World Wide Web (of information) al World Wide Ledger (of value).

Link:

 

Che cos’è una criptovaluta?

Una criptovaluta è una valuta digitale — paritaria e decentralizzata — la cui emissione e le cui transazioni vivono nel contesto tecnologico della blockchain. Tutti noi potremmo inventarci ed emettere una criptovaluta, ed affidarla alle libere fluttuazioni finanziarie, o comunque effettuare transazioni in criptovaluta — in unbanked mode: senza un conto corrente bancario, una carta di credito, un libretto di assegni, …

Legale? Illegale? Né l’uno né l’altro, nei termini che non vi è — ancora — un contesto giuridico e normativo regolamentato.

Link:

  • Monero, una nuova criptovaluta che — nell’ultimo mese — ha più che quadruplicato il proprio valore, con un circolante di 100 milioni di dollari.

 

Che cos’è uno smart contract?

Abbiamo detto: banconote, atti notarili, contratti ed attestati, opere intellettuali, flussi di dati da sensori, …, ovvero informazioni di valore — ma statiche.

Tuttavia in un record della blockchain possono starci anche informazioni dinamiche, ovvero programmi software esecutivi, codice applicativo che fa qualcosa al verificarsi di qualcos’altro, in modo automatico, irrevocabile ed immodificabile: è un contratto in esecuzione, che agisce, che opera, che negozia, che mantiene gli impegni: uno smart contract.

Pensa se io scrivessi un romanzo o componessi un brano musicale, e li pubblicassi in blockchain collegandoli ad uno smart contract che ne definisca un micro-pagamento per chiunque voglia leggerli o ascoltarli, senza passare da una casa editrice, da una libreria, o da Amazon, o dalla SIAE, o da Spotify.

Pensa se i pannelli fotovoltaici installati sul tetto di casa rendessero disponibile in rete il surplus elettrico che non consumo, collegandolo ad uno smart contract che lo vende all’asta al miglior offerente, senza passare per Enel.

Pensa se installassi al balcone di casa una piccola centralina di sensori ambientali, con uno smart contract che venda in termini pay-per-use i dati rilevati accettando micro-pagamenti — anzi, pico-pagamenti — in criptovaluta da chiunque voglia adoperarli, ad esempio per le previsioni del tempo o per il monitoraggio della qualità dell’aria urbana?

Pensa anche ad una nuova modalità della attuale sharing economy — disintermediata: ad Uber senza Uber, ad Airbnb senza Airbnb, a Youtube senza Youtube, …

Ecco, i nostri prossimi ambienti di code development saranno blockchain-based, arbitrary-state, Turing-complete scripting platform.

Link:

  • Ujo: la distribuzione musicale attraverso smart contract in blockchain.

 

Che cos’è una blockcom enterprise?

Se marketing, vendita, distribuzione, pagamenti, incassi sono affidati alla blockchain, mi avvicino all’idea di impresa blockcom: senza uffici, senza amministrazione, senza rete commerciale, senza contabilità, senza conti bancari, senza persone e senza costi (se non quelli computazionali, e quindi energetici, del blockchain peer). E pure — in buona parte — senza tasse da versare. E’ intrigante — per tanti — questa distopica utopia dell’impresa delocalizzata nella blockchain.

Link:

  • DAO – Dezentrale Autonome Organisation: una cripto-banca che finanzia start-up raccogliendo fondi attraverso smart contract che garantiscono la remunerazione futura del capitale investito dagli azionisti. Nessun dirigente, nessun impiegato, nessun ufficio, … DAO è una azienda bancaria che esiste soltanto come codice applicativo nella forma di smart contract. In meno di un mese — a giugno di quest’anno — DAO ha raccolto più di 160 milioni di dollari in ether, una criptovaluta non troppo diversa da bitcoin.

 

Cosa accade nell’economia, nella politica, nella società?

Come impatteranno le blockchain e le criptovalute nell’economia, nella politica, nella società? E’ evidente che sono possibili svariate declinazioni politiche e sociali di tale impianto tecnologico.

Da quelle punk-rock — anarchiche, anti-autoritarie, anti-sistemiche del mai più governi, mai più banche, mai più oppressione turbocapitalista e finanziaria — fino a quelle smooth jazz con cui le grandi corporation della finanza stanno investendo in tali tecnologie esplorandone le opportunità invece sistemiche di nuovi business, più o meno consapevoli che queste potrebbero anche decretarne la loro dolce fine.

Da quelle che vedono nella blockchain una praticabile estensione inclusiva dei diritti economici, imprenditoriali, reddituali anche verso chi oggi ne è escluso — no bank account required, no proof of citizenship required, no birth certificate required, no home address required, no stable local currency required: don’t occupy Wall Street, invent our own street! — a quelle che temono la blockchain come l’imporsi di un oscuro machine-driven totalitarism.

Link:

 

Come cambia la privacy?

Anche la privacy — nel contesto delle blockchain — ne viene del tutto ridefinita.

La mia identità può essere decomposta in tanti moduli identitari affidati a record diversi della blockchain — possiamo definirli persone, o in altri termini avatar — a tenuta stagna ed isolati gli uni dagli altri. In uno posso metterci le mie informazioni anagrafiche (nome, cognome, data di nascita, codice fiscale), in un altro i miei indirizzi di residenza e le città in cui vivo, in un altro i miei recapiti telefonici, mail e social, in un altro i miei percorsi di studio e formativi, in un altro le mie informazioni sanitarie, in un altro le mie passioni ed i miei interessi, in un altro la mia identità sessuale, in un altro ancora i miei amici e le mie relazioni affettive, …

Sono io l’unico ad avere la chiave di correlazione di tali molteplici moduli identitari — self-issued digital identity — e sono io che valuterò di volta in volta quali moduli rendere disponibili a Google quando leggo Gmail, a Facebook quando pubblico le foto del gattino, alla mia azienda, alla mia compagnia assicurativa, ai miei amici, ai miei clienti, al mio commercialista, …

Così i miei dati identitari restano inaggregabili, e la mia identità improfilabile, in quanto multifaceted, nuanced, e transient.

Leonardo Sinisgalli ― La Civiltà delle Macchine

A Matera ieri ― nell’ambito di Materadio, la festa di RAI Radio3 dedicata quest’anno all’utopia ― si è parlato di utopia e distopia della scienza ricordando Leonardo Sinisgalli e La Civiltà delle Macchine. La Civiltà delle Macchine è stata la bellissima rivista aziendale di Finmeccanica ― fondata appunto nel 1953 dal poeta-ingegnere lucano Leonardo Sinisgalli, e da lui diretta fino al 1958 ― con il proposito di gettare un ponte tra culture scientifiche ed umanistiche, in cui arte e scienza diventavano strumenti per facilitare la comprensione della tecnologia.

Rivista letteraria o di divulgazione scientifica? Né l’una né l’altra, oppure entrambe, o forse altro ancora.

«La scienza e la tecnica ci offrono ogni giorno nuovi ideogrammi, nuovi simboli, ai quali non possiamo rimanere estranei o indifferenti, senza il rischio di mummificazione o di una fossilizzazione totale della nostra coscienza e della nostra vita. L’uomo nuovo che è nato dalle equazioni di Einstein e dalle ricerche di Kandinskij è forse una specie di insetto che ha rinunciato a molti postulati: è un insetto che sembra incredibilmente sprovvisto di istinto di conservazione. […] L’arte deve conservare il controllo della verità, e la verità dei nostri tempi è una verità di natura sfuggevole, probabile più che certa, una verità “al limite”, che sconfina nelle ragioni ultime, dove il calcolo serve fino ad un certo punto e soccorre una illuminazione; una folgorazione improvvisa. Scienza e poesia non possono camminare su strade divergenti».

Werner Herzog: mondi connessi

Esce in questi giorni Lo and Behold: Reveries of the Connected World, il film-documentario di Werner Herzog che racconta l’internet. È un film strutturato in dieci capitoli che esplorano «un fenomeno epocale, di cui non abbiamo ancora capito pienamente la portata, di dimensioni comparabili all’introduzione dell’elettricità».

Ci mostra il server di Stanford da cui partì il primo messaggio digitale del web. Ci presenta la famiglia Katsouras, ancora piagata dall’aver dovuto apprendere online i dettagli raccapriccianti della morte della figlia. Poi Sebastian Thrun, l’ingegnere che ha concepito l’idea originaria dell’auto senza pilota. Poi Elon Musk, l’imprenditore visionario che dopo le auto elettriche di Tesla vuole colonizzare Marte. Poi …

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