«Ti amo, tuo per sempre Samir»

«Mio adorato amore, per favore non morire, io ce l’ho quasi fatta. Dopo mesi e giorni di viaggio sono arrivato in Libia. Domani mi imbarco per l’Italia. Che Allah mi protegga. Quello che ho fatto, l’ho fatto per sopravvivere. Se mi salverò, ti prometto che farò tutto quello che mi è possibile per trovare un lavoro e farti venire in Europa da me. Se leggerai questa lettera, io sarò salvo e noi avremo un futuro. Ti amo, tuo per sempre Samir».

Samir — ragazzo egiziano di 20 anni — è arrivato cadavere a Pozzallo. Aveva questa lettera da spedire, conservata in una busta di plastica sigillata per non farla bagnare.

Lui non ce l’ha fatta a spedirla. Pubblicarla — anche qui — è un tentativo di spedirla noi per lui, di farla rimbalzare da medium a medium digitale — da Facebook a Twitter a Gmail — di farle fare il giro del pianeta fino a portarla nelle mani del suo adorato amore.

Looking back in anger

Se avessi capito in tempo che il tuo rispondere scontroso, i tuoi cenni frettolosi e fugaci di saluto, il tuo startene in disparte con le tue sigarette, in piedi, immobile nell’angolo del cortile… Se avessi capito che nascondevano il proposito e l’attesa silenziosa di andartene… Se avessi capito non ti avrei dato tregua, ti avrei assillato con domande improbabili, ti avrei scroccato tutte le sigarette, ti avrei teso agguati, nascosto l’ombrello, fatto discorsi sconci, rubato gli spiccioli di tasca per il caffè, … Addio, Piero.

Infrangendo l’obbligo dell’esilio

Italo Calvino è alla finestra, Cesare Pavese è perplesso, Roberto Roversi attraversa la strada, Thomas Stearns Eliot canticchia La Divina Commedia. Ed io sto qui a scrivere lettere d’amore, chiedendo in prestito le loro parole.

Il mio oceano.

Questi momenti — sottili, pochi, indefiniti — io — esiliato dalla terraferma — li chiamo il mio oceano. Tu — dalla sua finestra sul mare — come li chiami?

Dormi? Sorridi?

Dormi? Sei alla finestra? Cosa pensi? Torno a casa, chiudo la porta, lascio la valigia disfatta, guardo le luci della strada, al buio. Tu sei la luna che sorride negli angoli d’ombra. Cammini a grandi passi? Ti nascondi sotto le lenzuola? Accarezzi le alghe tra i tuoi capelli? Conti i battiti del tuo cuore? Sorridi? Se sorridi, mi perdo in un filo di terra tra oceano e oceano, e dimentico per un lungo istante quel che mi appartiene. Sorrido anch’io. Ma posso parlarti così, in piena notte? Me lo chiedo mentre apro il frigo, mangio qualcosa, leggo il giornale, controllo l’orologio. Ti dirò: io ho già conosciuto tutti i fondali, le alghe, gli scogli — vivo nel fondo di mari silenziosi — attraverso i miei giorni e le mie abitudini — come potrò allora mai amarti? Addormentata? Stanca? Seduta sul pavimento, di fronte a me, mi interroghi con occhi che non parlano. È il profumo che viene dal tuo vestito che mi fa divagare a questo modo? Sono le vene delle tue mani?

Ho aspettato che la tua mano si riempisse di vene azzurre.

La notte dorme così tranquilla, sdraiata sul pavimento, qui tra me e te. Il vento, fuori. Se piove, la pioggia. Custodisco il tuo corpo in uno spazio d’ombra. Dai forma ai miei pensieri. Disegni con le dita i massi enormi che fermano i tuoi voli. Li ho visti nei tuoi occhi, scuri. Attraverso un lungomare deserto. Mi legano i tuoi capelli — come saranno i suoi capelli? I tuoi occhi mi portano in oceani di alghe — di che colore saranno i suoi occhi? La tua voce risuona e trova un eco in me — quanto dolci saranno le sue labbra? Ho aspettato la tua mano, ho aspettato che si riempisse di vene azzurre.

I miei arrivi hanno un obbligo di partenza, il mio esilio mi impone di restare lontano dalla terraferma, i miei approdi sono le mie derive. Ci siamo troppo attardati, ed io so che domani sarà più difficile ripartire. Ma stanotte tutto può essere toccato e abbandonato. Sono vicino a te, l’unico gesto possibile è venirti più vicino.

Di quale esigenza è fatta questa notte?

Chiudi gli occhi. Così posso attraversare i miei oceani notturni, infrangendo l’obbligo dell’esilio. Riversare sulla tua nuca la passione ardente di sabbia. Trattenere il tuo vestito. Accarezzare la tua fronte corrugata di sale. Non temere i fili spezzati del silenzio. Penso a te, e intesso strade, le lego a sentieri, annodo viottoli a ruscelli, montagne a montagne, alberi al cielo. Di quale verità, di quale esigenza è fatta questa notte?

Riapri gli occhi. Abbozzi un sorriso, e volti la testa. Di quale verità, di quale esigenza è fatta questa notte? Le parole sono un velo, un tessuto sottile, fragile, trasparente. Penso a te. Per te il mio mare si muove come una stella che vuole morire nel deserto. Io mi avvicino, accarezzo il tuo sguardo così dolce. Dalle tue mani — di sabbia finissima — nascono le stelle del mattino.

Non c’è onda che non ti contenga.

Passano i giorni, ritrovo intatte le mie emozioni. Sono innamorato di te? Sono venuto a cercarti all’angolo notturno di un sogno. I tuoi occhi sono pieni di una malinconia infinita. L’emozione è vera? E tu? mi chiedi. Mi siedo tra le tue gambe, ti accarezzo i capelli. Non confondo quello che amo. Con l’alba, attendo il tuo volto. Sto seduto su una pietra. Odore di alghe, di Mediterraneo estremo. Ti apro la porta, mi inondi fino all’alba. La mia tristezza comincia a muoversi, non smetto di spostare le colline e le porte.

Per aver paura di questo amore dovresti andare da oceano a oceano, restare attaccata alla schiena della terra che cade nell’infinito. Hai grandi occhi, pieni di sole. Hai grandi capelli, pieni di sole, hai parole piene di sole quando viene la sera. O è il dolore vero a prevalere? Ti tengo la mano, mi porti altrove. Le cose accadono in una sola giornata. Cerco una voce, un segno. Procedi, e l’alba indugia. Ti tengo la mano. La tua mano trema.

Sono arrivato in treno. La stazione è rovente, accaldata, la piazza è deserta. Non c’è onda che non ti contenga. Calpesti i ciottoli del torrente. Guardi i cerchi nell’acqua, e li lasci svanire. Tu respiri, tocchi i tuoi capelli. Ride nei tuoi occhi la stranezza di un cielo che non è tuo. Portami a scoprire la verità, mi dici.

Accarezzo il tuo vestito. Non tremi più.

Tu sei l’abitabilità del mio tempo.

Ti cerco. Mescolo ombre, gesti, occhi, nel tentativo di comporre un volto che possa essere il tuo. Scompiglio capelli, indugio nelle voci. No, questa alchimia organica non ha alcuna possibilità di portarti qui. Ma ti trovo. Ti prendo la mano, è leggermente sudata, provo molta tenerezza. Tornano i tuoi occhi spalancati. Occhi che guardano come se ti affacciassi in un pozzo. Occhi sereni, pieni di luce. Parli, dici più di quanto sai, anche se sai molte cose. Sorridi.

Esco da me, cercandoti. Ritorno in me, trattenendo la tua immagine. Ti respiro. Percepisco — attraverso di te — il respiro del mondo. È questo il confine mobile e leggero della terra e del mare, delle onde che si infrangono e si ritraggono abbracciando gli scogli. È qui che si radica il mio esilio, il mio oceano. È, in alcuni momenti, l’assoluta opacità, l’inazione, è l’impossibilità di ogni linguaggio e di ogni approdo. Conosco alcune strategie del silenzio, e della parola, ma non sempre le so applicare: occorre dire — anzi essere — la verità.

Tu sei l’abitabilità del mio tempo. È come se tu custodissi una remota regione dei miei ricordi e delle mie emozioni: cerco di definirti, di ritrovarti. Quando ci siamo incontrati? In quale disperazione ci siamo amati? Il tempo non è infinito. L’unico modo di viverlo è assecondarlo con attenzione e con intelligenza. Occorre un indugio ricettivo, un’attesa attenta, un respiro di libertà. Attraverso questa passione, questa attenzione, questo respiro. Ti penso alla tua finestra sul mare, non voglio che tu sia triste.

Forse un velo, non un rifugio.

In questo silenzio, in questa immobilità, in questa impossibilità che avvolge, c’è un orizzonte, una linea estrema, un deserto che tu attraversi. Mi parli di giorni che ti hanno lasciata un po’ ferita, un po’ inadeguata. Ma stanotte esprimi un’allegria che è come una forma di distanza da qualcosa, un altrove di oceano, che mi incanta, che mi avvicina, che mi porta a cercare i tuoi occhi così luminosi, così dolci.

Le parole — forse un velo, ma non un rifugio. Le mie parole nascono da una ferita aperta, non rimarginata. Ti fai assorta e silenziosa, senti i sommovimenti della terra, i cimiteri che si spostano, l’oceano che respira, le onde che si infrangono. Più ti leggo, più ti incontro, più sei vicina. L’amore è questo? Non si può più scrivere, bisogna ascoltare. Devo incontrarti oltre il velo delle parole, allora. Aderire all’approdo che mi chiedi. In un punto della notte profondo come un vicolo dei quartieri vecchi. Cosa potrà dire quello che vedo in te? Ti lascerai portare fino all’estremità del mio oceano, fino al termine del silenzio, fino al bianco intenso che diventa luce al contatto con la sabbia, che brucia a toccarlo? Raccolgo i tuoi capelli, accarezzo i tuoi occhi, mi confondono le tue mani.

Anche le cicale se ne accorgono, e ti attendono.

Il passato preme, si impiglia, chiude. A quest’ora tornano le mie ombre — puntuali — chiedendomi implacabili verifiche, trattenendo il giorno, confondendo memoria e desiderio. Non riconosco, per un attimo, il mio Mediterraneo — senza vulcani, senza pescatori, senza cicale azzurre. A quest’ora affondano le mie navi. Cosa aspetto che transiti? Cosa aspetto che affondi? Cosa cerco scandagliando i fondali fino al confine della notte?

Nelle ombre, questa sera, ti definisco. Sei capelli, sguardi, rughe tra gli occhi. Sei la sabbia che aspetta. Raccogli conchiglie, e ne fai vita, respiro che accarezza, silenzio. Sola, distratta, selvaggia, vivi come vive una pietra che ha conservato il calore del sole. Ti vestono sogni, movimenti, sussulti, maree, che tu non conosci, che io cerco quando ti addormenti. A volte temo che non vi siano parole che possano possederti o fermarti.

Di sabbia e di sale è il tuo sguardo, tutto chiudi negli occhi. Di sabbia e di sale sono le tue vene, ed il tuo respiro. Tutto chiudi negli occhi. Tremi nell’estate deserta. Anche le cicale se ne accorgono, e ti attendono.

Passo e chiudo — Over and out

A Massimo L.

Ci sono tempi in cui una intera generazione capita fra due epoche, due stili di vita, così da perdere ogni consuetudine, costume, riparo, innocenza. – Herman Hesse

Ho una sensazione di futilità in tutto quello che faccio. In confronto a quello che è in gioco tutto mi sembra frivolo. Io so che questa sensazione sparisce non appena mi lascio affondare nella fessura tra il passato ed il futuro, che è il luogo temporale più appropriato per il pensiero. – Hannah Arendt

E se fosse questo — alla fine — il nodo della questione: piccole persone che vivono piccole vite, attente a viverle nel modo meno scomodo, non attrezzate per cambiarla o migliorarla? E allora? La città come una specie di gigantesco anonimo formicaio senza storia, un muto incrociarsi di chi ha lasciato il proprio passato in una remota provincia del Sud — e Bologna, lo sai, non era che un imbroglio, una stazione di servizio dell’immaginario, fermata facoltativa tra Lecce e Berlino — e in una regione della memoria così lontana da non avere neppure più il bisogno di dimenticarla. Che si muovono affannate da un posto all’altro, da un ufficio ad un centro commerciale, senza valori da proporre, o rivendicazioni da imporre: sola preoccupazione è la conquista di un piccolo spazio, di una stanza un po’ più grande, di un posto un po’ più comodo.

Non cogli i destini ed i disagi di una generazione — la nostra — appiattita dal rullo compressore di questa cosa che si è imposta come modernità? So bene che questa è solo una parte di quel che siamo (stati). Dico che abbiamo bisogno di ridere un po’ di noi stessi. Ridere, poi, ha senso se si ride di qualcosa di terribilmente serio. Forse c’è tutto un equilibrio da (re)inventare. Ma ci vuole pazienza, intelligenza. Quanti passano invece dagli entusiasmi più irrazionali a depressioni altrettanto irrazionali! Crocerossini o piagnoni, crociati o francescani, sempre pronti a stracciarsi i vestiti, a strapparsi i capelli, a guardarsi allo specchio chiedendosi chi sono io?

In quale terra della memoria, in quale limbo sono finiti i nostri inni in disuso? Accanto a chi, a che cosa? Ex fidanzate, parenti, vestiti in naftalina, appartamenti abbandonati? I nostri troppi 25 aprile: forse è il caso di chiudere (la) bottega (dei souvenir), di renderci irreperibili (e noi partigiani sappiamo come si fa a rendersi irreperibili), di confinare la nostra resistenzaliberazione in una irripetibilità storica.

Guariremo dalla nostra afasia ermeneutica? Riusciremo ricondurre fatti e pensieri in un orizzonte abbracciabile, agibile? In una prospettiva? In una nostalgia di futuro?